Gender gap e condizione maschile
condizione maschile - 19/12/2020 - Antonietta Gianola

Il gender gap sembrerebbe colpire duramente le donne lavoratrici italiane: il sistema costituito dalle differenze che si riscontrano a livello di condizioni economiche, di accesso al lavoro, sociali e di istruzione le penalizza sensibilmente rispetto ai lavoratori italiani. Si insiste nel dire che le donne sono pagate meno degli uomini, a parità di lavoro e per le stesse mansioni e che i maschi vivrebbero da privilegiati dell’attuale società ancora troppo patriarcale. Facciamo qualche verifica.

Salari

Non ci risulta che le buste paga prevedano differenze di genere e non si ha notizia di contratti, del comparto pubblico o privato, dove a parità di qualifica e mansione una donna percepirebbe un salario inferiore a quello di un collega. In Italia è stato calcolato che il gender pay gap è di circa il 5% (in Germania del 21%). Da cosa è determinato? Per ragioni oggettive ma anche sociali e culturali, gli uomini, in misura molto maggiore rispetto alle donne accettano qualsiasi tipo di orario, turnazione, mole e condizione, ecc. E’ ovvio che un lavoro gravoso, rischioso, svolto magari di notte e che contempla un maggior numero di ore di straordinari, sarà complessivamente più retribuito rispetto a quello di una segretaria, di un’insegnante o di un’impiegata e che quindi porta una differenza in busta paga.


Violenza

Escludendo i paesi dove le donne sono realmente prive di diritti e per tutta la loro vita dovranno dipendere dal padre dal fratello o dallo zio, nel cosiddetto “primo mondo” la legge prevede e garantisce tutele e pene a favore delle donne. Il sistema ha predisposto inoltre una serie di collaudate misure a contrasto: sportelli ascolto e accoglienza, case rifugio e protette, corsi di formazione per il personale, campagne di sensibilizzazione. Per tenere in piedi questa rete di aiuti ogni anno vendono spesi circa 30 milioni di euro per pagare alloggi protetti, volontarie, referenti, bollette e tutto quel che serve.

Anche mariti, compagni e figli però prendono botte, calci, pugni e coltellate (dentro casa) dalle gentili consorti. Per proteggere queste vittime dalle loro compagne non esistono Centri di accoglienza, Numeri verdi, Sportelli di ascolto pubblici o privati. Agli uomini che si rivolgono ai vari Telefoni Rosa, 1522, Centri Antiviolenza, viene riattaccato beffardamente il telefono sul muso.


Stupri

Secondo i dati del ministero dell’Interno, nel 2015 su circa 4000 violenze sessuali consumate (963 su minori) le vittime sono state per l’80,83% donne. Il restante 19,17%, vale a dire circa 766 persone, erano maschi. Mentre risultano corpose le indagini sul fenomeno che colpisce il sesso femminile non ci sono studi in merito per quanto riguarda i casi dove le vittime sono uomini. Solo da qualche tempo il tema viene analizzato e discusso nei paesi anglosassoni come Regno Unito e Stati Uniti perché il fenomeno ha assunto cifre impressionanti. Negli Usa la stima delle vittime oscilla tra i 100mila ai 140mila casi di maschi stuprati nelle prigioni ma anche da conoscenti, amici e partner intimi e sconosciuti. Questo fenomeno è del tutto sottovalutato e sottostimato perché considerato meno drammatico di quello femminile. In Italia è un vero tabù ed è emerso, e subito taciuto, solo durante l’efferato omicidio di Luca Varani, violentato e drogato dalla coppia Manuel Foffo e Marco Prato.

 

Salute

Anche in fatto di salute la solfa non cambia: quella femminile vale più di quella maschile. Prendiamo i tumori: la ricerca sul cancro alla prostata che colpisce circa l’80% della popolazione maschile è praticamente assente. Si calcola che una donna su 8 potrebbe essere colpita da cancro al seno (per gli uomini con gravi problemi alla prostata si scende a 1 su 6). Sebbene il cancro al seno sia la terza causa di morte dopo polmoni e prostata il governo americano, ad esempio, ha speso più del doppio in ricerca sul cancro al seno rispetto alla ricerca sul cancro alla prostata.

 

Abbandono e rendimento scolastico

I dati dei giovani che lasciano lo studio sono impressionanti: le ragazze si fermano al 13% mentre i ragazzi superano il 20%. Ad abbandonare con maggiore frequenza sono i maschi che frequentano gli istituti professionali seguiti da quelli tecnici. Le regioni meridionali, con speciale riferimento alle maggiori aree metropolitane, spiccano per questa forte problematicità, che si verifica già alla scuola media. Un gender gap “invertito” e preoccupante che non dovrebbe essere sottovalutato per evitare che ragazzi con scarse competenze trovino come unico sbocco la criminalità. Anche per quanto riguarda il rendimento nei percorsi scolastici le femmine sono sempre più spesso ai primi posti in un’ampia gamma di materie rispetto ai loro coetanei.

 

Suicidi, povertà e padri separati

Ogni anni circa 4mila persone decidono di farla finita: 3 su 4 sono maschi così come sono uomini il 62% dei poveri che si rivolgono agli enti assistenziali sono uomini. La totalità dei suicidi per perdita del lavoro riguarda solo gli uomini. Per loro il lavoro, oltre ad essere una necessità è legato alla sopravvivenza della famiglia. Un uomo che non lavora è considerato un fallito, un buono a nulla. Questa è la ragione per la quale la perdita del lavoro può avere sugli uomini conseguenze devastanti anche e soprattutto dal punto di vista psicologico. La grande maggioranza dei marginati, dei senza casa, dei senza fissa dimora, dei ricoverati alla Caritas e dei cosiddetti “barboni” è maschile. Un milione circa di padri separati vive sotto la soglia di povertà, espropriati dei figli, della casa, anche quando è di loro proprietà, del reddito e molto spesso, nell’ordine del 90% dei casi, falsamente denunciati per violenze e molestie al fine di ottenere vantaggi in sede giudiziale.

 

Omicidi e pene comminate

I dati relativi al 2018 pubblicati dalla Polizia contano 231 omicidi volontari (di questi, 32 riferiti a femminicidi come declinata dalla Convenzione di Istanbul). Secondo i dati ufficiali, nel 32,1% dei casi gli italiani maschi morti ammazzati sono stati uccisi da una persona che non conoscevano, e per il 43,2% non si è addirittura trovato l’autore. La stragrande maggioranza della popolazione carceraria, con percentuali che oscillano intorno al 95%, è maschile.

Anche in questo ambito la disparità di trattamento cambia se davanti al giudice c’è una donna o un uomo: mano pesante per l’assassino e comprensione per la donna armata. Facciamo un esempio: se una madre uccide il figlio non andrà in carcere ma sarà accompagnata in percorsi riabilitativi; se è il padre ad uccidere l’ergastolo è garantito. Su questo punto è illuminante la ricerca della professoressa Sonja Starr che ha dimostrato il diverso approccio dei giudici a fronte degli stessi reati nell’ampio studio “Stimare le disparità di genere nei casi criminali federali”.


Morti bianche e lavori pericolosi

Lo scorso anno sono morte 1133 persone. L’84,6% degli incidenti si è verificano durante l’attività lavorativa mentre il 15,4% nel tragitto casa-lavoro. La maggiore incidenza di infortuni mortali si registra tra gli uomini (2 incidenti mortali ogni 100 rispetto allo 0,3% delle donne). Una tragedia di genere, un altro “gender gap” di cui si parla in modo generico, occultando il fatto che a rischiare la vita è quasi nove volte su dieci un uomo.

Cave, miniere, altoforni, piattaforme, petrolifere, palombari e trasporto amianto, siderurgia e manutenzione navale e dei tralicci. In questi ambienti le percentuali bulgare di uomini impiegati non ha mai spinto le congreghe femministe a chiedere quote adeguate: le donne risultano totalmente assenti in questi settori di lavoro scomodi e rischiosi.

Incentivi Per favorire l’imprenditoria femminile lo Stato promuove discriminazioni positive con sgravi fiscali e/o la riduzione dell’Irap alle imprese che assumono donne: queste soluzioni ostacolano la libera scelta dell’impresa e boicottano le opportunità occupazionali del genere maschile. Le Pari Opportunità concorrono all’aumento della disoccupazione maschile.


Separazioni, divorzi e affidamento dei figli

Gli uomini sono discriminati nelle cause di separazione, costretti a lasciare la casa, obbligati a mantenere la moglie tutta la vita e i figli fino alla maggiore età con il serissimo rischio di non poterli vedere con continuità. Solo l’1% dei bambini figli di genitori separati vive con il papà. La maggioranza delle famiglie monogenitoriali in Italia, infatti, è composta dalla madre e uno o più figli. Una donna poi è libera di abortire anche quando il padre vorrebbe tenere il bimbo mentre è obbligato a mantenere il pupo qualora lei decidesse di non abortire.