L'anno del nostro isolamento, le ricadute del lockdown sui giovani
politica e società - 03/01/2021 - Antonietta Gianola

Parafrasando il celebre romanzo di John Steinbeck L’inverno del nostro scontento – quello appena chiuso è stato per gli studenti italiani ‘L’anno del nostro isolamento’: restrizioni, limitazioni e drastici cambiamenti imposti dal governo Conte ad una fascia di popolazione non toccata dall’infezione. Gli adolescenti, blindati a casa e senza la possibilità di frequentare la scuola e altre attività di formazione come ad esempio lo sport, stanno vedendo passare dietro a un monitor la loro giovinezza. Negli anni in cui si consolidano le amicizie importanti, si iniziano le prime relazioni, si sviluppano le proprie potenzialità, i provvedimenti hanno tolto loro tutto, in cambio di video dipendenza da Pc e smartphone. Per i ragazzi non si tratta solo di tornare a fare scuola a scuola: il lungo e prolungato isolamento ha messo in pericolo la salute mentale, relazionale e sociale. Su adolescenti e giovani si è puntato il dito additandoli come soggetti immaturi solo perché non ossessivamente preoccupati (a differenza degli adulti) del rischio di contagiarsi; incolpati di essere untori perché desiderosi di ritrovarsi in piazza. Se il primo lockdown ha trovato fra i giovani comprensione e collaborazione, il secondo li ha gettati in un grande sconforto: zero socialità e chiusura di scuole, cinema, palestre, luoghi di aggregazione.

Le scuole non sono luogo di contagio

Le scuole non sono luoghi di contagio: lo dimostrano i risultati degli screening svolti nelle scuole in Sicilia e a Firenze. Nella città dei Medici sono stati 12 i positivi segnalati su 9000 test eseguiti (0,13%), e solo otto di questi sono stati confermati al tampone (0.08%). In Sicilia, il 25 novembre scorso, solo lo 0,44% degli alunni delle scuole dell’infanzia e del primo ciclo era positivo al coronavirus (su 445.048 test). Lo stesso Ministero dell’Istruzione, ad un mese circa dall’inizio dell’anno scolastico, rilevava al 10 ottobre 2020 che gli studenti contagiati erano lo 0,080% (5.793 casi di positività); il personale docente risultato positivo al tampone ero lo 0,133% del totale (1.020 casi), quello non docente lo 0,139% (283 casi).

Osservando i dati raccolti sul portale dell’Istituto di Sanità, nella fascia di età dei giovani fino a 19 anni, i casi di letalità dovuti al coronavirus sono lo zero per cento (0%); la fortuna di un giovane organismo è proprio l’essere maggiormente in grado di fare fronte ad un evento di contagio da SarsCov2. Invece di tenere conto dei dati emersi analizzando l’impatto del Covid su questa fascia di popolazione, il governo ha proseguito nell’atto irresponsabile di privarli del diritto n°26 della Dichiarazione Universale dei Diritti fondamentali dell’Uomo stilata dall’ONU quello che incomincia con «Ogni individuo ha diritto all’istruzione», l’articolo 34 della Costituzione Italiana, l’articolo 28 della Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Infanzia; l’Articolo 1, protocollo 1 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, l’art.13 del Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. Come diretta conseguenza di tanti mesti mesi di confinamento sono sensibilmente aumentati i casi di depressione fra i giovani e la percentuale degli abbandoni scolastici si è impennata oltre ogni record europeo.

L’Italia guadagna il podio europeo ‘scuole chiuse’

Forse perché nel Paese in cui viviamo la scuola è ormai considerata una futilità, un accessorio superfluo, tra le misure adottate per contrastare la diffusione del virus c’era la chiusura delle scuole. Al 23 dicembre 2020 i giorni di scuola persi sono oltre 140; in Spagna sono stati 67, nel Regno Unito 60, in Francia 60, in Germania 53, in Olanda 48, in Giappone le scuole sono rimaste ferme per circa un mese, in Svezia il governo ha scelto di non applicare restrizioni alle libertà personali e le scuole sono sempre rimaste aperte per gli alunni sotto i 16 anni con obbligo scolastico nei confronti di quei genitori che avrebbero voluto tenere a casa i figli. In tutta Europa (tranne che in Italia) si sa che la didattica a distanza deve avere una durata breve, non è adatta a bambini e ragazzi, accentua le disuguaglianze sociali, aggrava le lacune educative, fa aumentare il disagio psicologico negli adolescenti, è un danno permanente nella formazione, porta minori possibilità per quegli studenti che dovranno confrontarsi con il mercato del lavoro ed infine aumenta la sedentarietà e l’alimentazione disordinata.

Crescita del disagio fra i giovani

L’isolamento e la mancanza di socialità ha fatto esplodere l’emergenza psichiatrica in preadolescenza e in adolescenza, con una crescita mai vista prima di tentativi di suicidio e di suicidi portati a termine. Alcuni esperti hanno osservato che la pandemia da Covid 19 — con le misure di confinamento dentro casa e il distanziamento sociale — hanno moltiplicato la pressione su questa fascia di popolazione. La comunità scientifica ha ammesso che le ricadute potrebbero portare a disturbi di ansia, ossessioni, fobie, psicosi, disturbi alimentari, del sonno, post traumatici.

Il radicale cambiamento della quotidianità, i limiti, l’incertezza, l’ipocondria degli adulti hanno generato un forte stress che si è molto spesso riversato sui bambini e sugli adolescenti, reazioni da parte del corpo e della mente in risposta ad una situazione particolarmente difficile.

Hans Seley, medico austriaco, ha spiegato come l’organismo reagisce agli eventi stressanti, parlando di Sindrome generale di adattamento, riconoscibile in tre fasi:
- una prima fase di allarme con l’attivazione del sistema nervoso autonomo
- una seconda fase di resistenza, caratterizzata da adattamento allo stress
- una terza fase di esaurimento nel caso in cui lo stress permanga e l’organismo non metta in atto risposte adeguate per fronteggiarlo.

L’adattamento e la conseguente reazione sono strettamente connessi al contesto familiare: è la famiglia infatti la risorsa più vicina che può condizionare, più o meno, la capacità di risposta del ragazzo.

Secondo uno altro studio elaborato da un gruppo di psicologi per conto dell’associazione «Donne e qualità della vita» in questo anno caratterizzato dall’evento Covid, su circa 600 individui di età compresa tra i 12 e 19 anni si è rilevato che le ragazze hanno presentato sintomi di depressioni più frequenti nel 68% dei casi analizzati rispetto ai ragazzi che corrispondevano a circa il 42%. Ai ragazzi intervistati è stato anche chiesto cosa mancasse di più. Nella classifica la scuola appariva al primo posto, seguita da amici, palestra, cinema, luoghi in cui ballare e stadio. Per gli esperti «sono venuti a mancare tutti i nutrienti essenziali. I rituali si sono fermati e mancando valvole di sfogo si è fatto largo la malinconia, la paura, i sensi di inadeguatezza». L’isolamento, l’assenza delle relazioni, l’aumento del tempo libero, ha fatto crescere l’apatia e i pensieri legati alla morte. Un fenomeno silente e “asintomatico” minimizzato per non far preoccupare i genitori. Un disagio aumentato in modo particolare fra i figli unici, isolati nelle loro camerette, soli nel superare la prova risultata certamente più leggera per chi ha potuto trascorrere il tempo stare con i fratelli in compagnia e allegria.

Un libro per analizzare il disagio

Patrizia Scanu e Giuditta Fagnani sono le autrici del libro inchiesta dal titolo Emergenza Scuola, che mette sotto la lente come è stato alterato dal Covid il benessere psicologico di bambini e adolescenti. Una preoccupazione espressa anche nel corso di una conferenza stampa alla Camera dei Deputati il 9 settembre 2020.