Elogio alla femminilità di Melania Trump
pianeta donna - 24/01/2021 - CDA

Ha suscitato polemiche, anche se non certo a sinistra, la battuta di Alan Friedman, conduttore e giornalista americano, che ha definito Melania la escort di Trump.
Naturalmente hanno cercato di giustificare il giornalista per la battuta pur sempre imbarazzante, anche se rivolta a una persona di destra, parlando di lapsus, in realtà, come si è scoperto presto, costui non è nuovo a battute del genere nei confronti di Melania Trump.

Sbirciando tra i suoi twitter qualcuno ha infatti scoperto che la battuta ricorre.


Giorgia Meloni, leader di FDI, ha scritto in un post su Facebook: 

"Quello di Alan Friedman non è stato un incidente di percorso. Ha l’abitudine di dire e twittare insulti contro Melania Trump apostrofandola come “escort” e la cosa è ben nota da tempo. Ma per la sinistra va bene così, perché insultare e denigrare una donna di destra fa parte dei loro metodi. Ovviamente rivedremo presto Friedman nelle trasmissioni di regime a diffondere altre menzogne e altro veleno. È pagato per questo."

Tutto questo non ci sorprende più di tanto: la propaganda cerca di denigrare in ogni modo tutto quel che si oppone alle proprie deleterie ideologie antiumane o non si adegua agli stili e ai modelli di vita del pensiero unico.
In particolare hanno fatto di tutto per cercare di mettere in cattiva luce il presidente Trump e tutto quel che in un modo o l'altro gira intorno. Melania Trump è vista come reazionaria e pericolosa, dato un modello di donna e madre che potrebbe essere preso a esempio, in un mondo come questo dove la femminilità viene annichilita dall'ideologia e realmente i corpi diventano sempre più oggetto o fine del desiderio sessuale e della sua soddisfazione.

Sotto un commento di Elisabetta Frezza, scrittrice e esperta dei problemi dell'educazione, critica nei confronti di gender e pensiero unico.

 

 

Di Elisabetta Frezza

Nel tempo della post-verità e degli stereotipi invertiti, del carnevale permanente e della volgarità senza confini, una donna ha ricordato sommessamente al mondo cosa sia la femminilità. 
Alla bellezza che madre natura, bontà sua, talvolta regala, Melania Trump ha saputo accompagnare motu proprio una grazia e una classe desuete, restituendo a una pubblica scena ormai deforme un’immagine ancor più potente della sua parte di moglie e di madre, in straordinaria dissonanza con tutto il panorama d’intorno. 

Richiede molta più intelligenza tenere un profilo così, e affiancare con impeccabile ritrosia un uomo votato a vivere pericolosamente nell’era più buia della storia, che a esibire in parole e opere la propria pretesa emancipazione. 
Come una qualsiasi donnetta sarebbe stata in grado di fare (e i precedenti dimostrano).

In compenso, l’Italia si è distinta per aver dato spazio e voce a un ometto, uno per fortuna non autoctono ma importato per ragioni umanitarie, che si è sentito in dovere di offendere la prima signora d’America, proprio nel giorno del commiato e proprio per imbrattare quelle qualità così fuori moda, non organiche al sistema psico-mediatico della propaganda permanente. 

Per via comunque che anche la virilità ha fatto la fine che ha fatto, l’ometto dell’aia prodiana – già escort di Paul Manafort, un signore che affari ucraini hanno spedito in galera – non ha guadagnato in risposta nemmeno un insulto, men che mai un pugno sul naso. 

Lo hanno lasciato sproloquiare rabbioso e impunito, nel suo tronfio accento caricaturale. 
Le virago da esposizione hanno taciuto; gli pseudo-maschi non ce la potevano fare. 
La cavalleria da un pezzo è sparita dai radar, dai libri e dai ricordi. 

E la democrazia accarezza i giullari di corte, li nutre e li conserva pingui e bavosi nel suo corpo putrescente: non può permettersi invece di lasciar correre libere la bellezza, la ragionevolezza e la verità. 

C’è il rischio concreto che qualcuno le prenda a modello. 

Elisabetta Frezza

Intervento di Melania durante il discorso di congedo di Trump