I cinque principali miti femministi di tutti i tempi
femminismo - 15/02/2021 - CDA

Christina Hoff Sommers è una femminista critica nei confronti del movimento femminista di oggi.

Autrice del libro The war on boy, ama definirsi una femminista "dei fatti".
Non è questo tuttavia che ci interessa in questa sede, ma un video interessante, in cui la Sommers smonta i cosiddetti 5 grandi miti del femminismo.
Ci piacerebbe aggiungerne altri, come il mito del patriarcato, della donna oppressa nei secoli, etc, ma limitiamoci per adesso a illustrare la classifica della Sommers, tenendo presente che le bugie che hanno avuto origine o propinate dal femminismo sono davvero tante.

 

 

Il primo dei miti femministi è:
Le donne sono la metà della popolazione mondiale, lavorano per i due terzi delle ore lavorative mondiali, guadagnando il 10% del reddito mondiale e possedendo solo l'1% delle proprietà del mondo.

Questo slogan è stato inventato negli anni '80, pare in ambiente ONU, come dimostrato 15 anni fa da un esperto di genere della Sussex University e nonostante sia palesemente falso viene regolarmente citato anche da importanti istituzioni, quali ad esempio il Gruppo della Banca Mondiale, l'Oxfam (movimento contro le ingiustizie della disuguaglianza economica) e le Nazioni Unite.
A prova si tratti solo di uno slogan, l'economista Yale Cheryl ha dimostrato come nel Senegal, paese africano poverissimo, le donne posseggono l'11% delle terre, mentre nel Ruanda e nel Burundi si arriva persino al 54%.

Secondo mito:
Ogni anno fra 100 mila e 300 mila ragazze sono vendute come schiave negli Stati Uniti.
Tale affermazione sensazionale è una delle preferite e viene ripetuta da celebri giornalisti, da politici di ogni schieramento.

In realtà il dato, tratto da un rapporto del 2001, si riferisce ai bambini (femmine e maschi) a rischio sfruttamento e non quelli realmente sfruttati, che sono un centinaio, anche troppi, ma per fortuna mille volte meno!

 

Terzo mito:

Negli USA il 22-35% delle donne che visitano il pronto soccorso lo fanno a causa di violenza domestica.

Si tratta di una affermazione apparsa in innumerevoli schede informative, libri e articoli, nel Pinguino Atlante delle Donne.
In realtà si è frainteso uno studio condotto dal Dipartimento di giustizia americano del 1997, dove risulta che la cifra esatta è meno dello 0,5%, quindi non 35 donne su 100, ma meno di 1 ogni 200!
Nessuno si cura di accertare la realtà, perché occorre creare e mantenere il mito dell'uomo violento e assassino della compagna.

 

Quarto mito:

Nei college una ragazza su cinque viene stuprata.
Questo mito si basa su un sondaggio sulla violenza sessuale incorretto e tendenzioso, come accade spesso in sondaggi del genere, ma basta il buonsenso per capire quanto il dato sia irreale. Oggi si tende a definire stupro qualsiasi cosa, come un bacio o un avance indesiderata (solo quando è subita da una donna).

Il quindo mito è quello del Gender gap.

Esso viene fatto risalire a una affermazione di Obama, secondo cui "le donne negli Stati Uniti guadagnano 0.77 centesimi per ogni dollaro guadagnato da un uomo!”

Abbiamo già trattato l'argomento in due articoli

Gender Pay GapGender gap e condizione maschile

In realtà si tratta di un dato medio che non tiene conto di molti fattori, come ad esempio del fatto che le donne preferiscono essere occupate un minor numero di ore, fare lavori par time, evitare straordinari, come invece fanno gli uomini, e dei congedi di maternità.

In realtà è illegale pagare meno una donna per una stessa mansione in una azienda.

 

Queste menzogne e altre, nella maggior parte dei casi basate su false statistiche, cattiva interpretazione o manipolazione dei dati, sono diventate un mantra.

Ripetute da anni in maniera ossessiva, sono entrate a far parte delle idee collettive comuni e quindi stereotipi impossibili oramai da smontare.

Gli effetti a livello politico di queste e altre menzogne sono devastanti. La politica viene distratta da cose più importanti che riguardano tutti per cercare soluzione a problemi fittizi, e l'immagine che viene data della condizione della donna in rapporto a quella dell'uomo falsificata.

 

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