Keira Bell: La mia storia
gender - 15/04/2021 - CDA

A causa della propaganda gender anche nelle scuole sempre più bambini e ragazzi sono confusi sulla propria identità sessuale. In Gran Bretagna e altri stati occidentali si registra un vero e proprio boom di bambini a cui viene diagnosticata una disforia di genere. In molti casi come in Keira Bell si tratta della manifestazione di un problema diverso, come l'assenza di uno dei genitori o la mancanza di rapporto con loro.  Una delle conseguenze di tutto questo è il fenomeno della detransition, attraverso cui le persone ex trans cercano di riacquistare l'identità sessuale originaria. Spesso questo percorso è difficile, se non impossibile, a causa degli interventi chirurgici, i quali asportano gli organi sessuali, il seno e  l'utero, e gli ormoni che alterano il corpo e la sua fisiologia, fanno ad esempio crescere la peluria nei trans biologicamente donne.  Keira Bell, biologicamente donna, è una detransitioner che ha finito per fare causa al Servizio Sanitario Nazionale inglese per non aver compreso che “Quel desiderio di essere uomo era parte della mia ricerca adolescenziale di identità” e averla avviata frettolosamente al cambio di sesso. L'Alta Corte ha finito per darle ragione, con una sentenza importante in cui si afferma che i minori sotto i sedici anni non sono in grado di dare il consenso ai trattamenti per il cambio del genere sessuale. In una parte della sentenza inoltre i giudici spiegano che “la somministrazione dei bloccanti della pubertà e quella degli ormoni cross sex sono solo due stadi di un unico percorso che, una volta avviato, diventa quasi sempre irreversibile”.


Keira Bell: La mia storia

La mia vita familiare è stata infelice fin dall’inizio. I miei genitori, una donna inglese bianca e un afroamericano, si sono sposati mentre mio padre si trovava in Gran Bretagna per via del suo lavoro nell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti e hanno divorziato quando avevo 5 anni. Mia madre, che viveva di sussidi, è precipitata nell’alcolismo e nella depressione. Anche se papà è rimasto in Inghilterra, non era vicino emotivamente né a me né alla mia sorella minore.

Ero un maschiaccio come tante: questa è stata una delle parti migliori della mia infanzia. Vivevo a Letchworth, una città con circa 30.000 abitanti a un’ora di distanza da Londra. Da piccola, venivo accettata di buon grado dai maschi; mi vestivo come loro ed ero molto sportiva. Il mio genere non mi creava nessun problema, non ci pensavo minimamente.

Quando è arrivata la pubertà, tutto è cambiato in peggio. Un sacco di adolescenti, soprattutto le ragazze, vivono molto male il suo arrivo, ma io non lo sapevo. Pensavo di essere l’unica a detestare i miei fianchi e il mio seno sempre più grande. Poi mi sono arrivate le mestruazioni ed erano davvero debilitanti. Spesso il dolore era fortissimo e mi sentivo svuotata.

Non potevo più far parte del “club dei maschi”, quindi ho perso il mio gruppo di amici; non mi sentivo vicina neanche alle ragazze. L’alcolismo di mia madre era diventato così terribile che non volevo portare nessuno a casa mia. Alla fine, mi sono semplicemente ritrovata senza amici da invitare. Abbiamo iniziato a trasferirci spesso e ho dovuto ricominciare tutto da capo in un sacco di scuole; i miei problemi sono peggiorati sempre di più.

Quando ho compiuto 14 anni soffrivo già di una grave forma di depressione e mi sono arresa: ho smesso di andare a scuola e di uscire di casa. Restavo chiusa in camera mia e cercavo di evitare mia madre. Mi limitavo a giocare ai videogiochi, ad ascoltare ossessivamente la mia musica preferita e a navigare su Internet.

Stava succedendo qualcos’altro: ho iniziato a essere attratta dalle ragazze. Non avevo mai visto associare alla parola “lesbica” o alle relazioni tra due donne qualcosa di positivo, e ho finito per chiedermi se in me ci fosse qualcosa di sbagliato. Più o meno in quel periodo, mia madre mi ha chiesto se volessi diventare un ragazzo: non ci avevo mai pensato neanche per un secondo, fino a quel momento. Su Internet ho trovato dei siti che parlavano dei percorsi di transizione dedicati alle donne che vogliono diventare uomini. Poco dopo sono andata a vivere con mio padre e con la sua partner dell’epoca, che mi ha fatto la stessa domanda che mi aveva fatto mia madre. Le ho risposto che mi sentivo un ragazzo, e che volevo diventare un maschio.

Guardandomi indietro, mi sono resa conto che erano state le mie esperienze di vita a portarmi a credere che smettere di essere una donna sarebbe stato vantaggioso. Pensavo che cominciando la terapia ormonale sarei diventata più alta e non sarei stata molto diversa da una persona nata uomo.

Ho iniziato a vedere uno psicologo del Servizio Sanitario Nazionale del Regno Unito, l’NHS. Quando avevo 15 anni, visto che continuavo a dire che volevo diventare un ragazzo, sono stata mandata a Londra, all’unità dedicata allo sviluppo dell’identità di genere della clinica Tavistock and Portman. Lì mi è stata diagnosticata la disforia di genere, una sofferenza psicologica causata da un’incongruenza tra il proprio sesso biologico e la propria identità di genere percepita.

Quando sono approdata alla clinica Tavistock, ero sicura di avere bisogno della transizione. Era una certezza assoluta, limpida, di quelle tipiche dell’adolescenza. In realtà ero una ragazza con un brutto rapporto con il proprio corpo, vittima di abbandono da parte dei genitori, isolata dagli altri, ansiosa, depressa, incapace di accettare il suo orientamento sessuale.

A 16 anni, dopo una serie di conversazioni molto superficiali con degli assistenti sociali, mi hanno somministrato dei bloccanti della pubertà. Un anno dopo, ho iniziato con le iniezioni di testosterone. A 20 anni, mi sono sottoposta a una mastectomia bilaterale. Arrivata a quel punto, avevo una struttura fisica più mascolina, la barba, e una voce e un nome da uomo: Quincy, in omaggio a Quincy Jones.

Più andavo avanti nel mio percorso di transizione, però, e più mi rendevo conto che non ero un uomo, e che non sarei mai potuta diventare un maschio. Di questi tempi, ci raccontano che quando una persona soffre di disforia di genere è per via della sua “vera” identità, che si tratta di un’espressione del desiderio di cambiare genere, ma per me non è stato così. Crescendo, mi sono resa conto che la mia disforia di genere era un sintomo del mio malessere, non la sua causa.

A cinque anni dall’inizio del mio percorso di transizione per diventare uomo, ho iniziato un processo di detransizione. Molti uomini transessuali dicono che è impossibile piangere con un alto livello di testosterone nel sangue, e anche per me è stato così: non riuscivo a sfogarmi. Mi sono resa conto che stavo tornando a essere Keira quando, finalmente, sono riuscita a piangere di nuovo. E avevo un sacco di motivi per farlo.

Le conseguenze di quello che mi è successo sono state gravi: probabile infertilità, amputazione del seno, impossibilità di allattare, genitali atrofizzati, cambio della voce, peluria sul viso. Quando mi hanno visitata alla clinica Tavistock avevo così tanti problemi che mi sembrava rassicurante convincermi di averne uno solo da risolvere, ovvero quello di essere un uomo intrappolato in un corpo femminile. Era compito dei professionisti che si stavano occupando di me considerare tutte le mie comorbidità invece di assecondarmi nella mia ingenua convinzione che per farmi sentire meglio sarebbero bastati gli ormoni e la chirurgia.

L’anno scorso ho fatto causa al fondo NHS dedicato alla Fondazione Tavistock and Portman aprendo un caso di revisione giudiziaria, che in Gran Bretagna consente a chi lo desidera di denunciare un ente pubblico che è venuto meno ai suoi doveri legali. Poche revisioni giudiziarie vanno a buon fine; solo pochissime vengono degnate di un’udienza. La nostra, però, è stata ascoltata: un panel di tre giudici della Corte Suprema ha deliberato sulla reale capacità dei giovani pazienti della clinica a cui mi ero rivolta di prestare un consenso davvero informato e consapevole a interventi medici così gravosi.

La mia squadra legale ha sostenuto che Tavistock non aveva protetto i giovani pazienti che si erano rivolti alla clinica e che, invece di prendersi cura di ogni caso con trattamenti cauti e mirati, ci avevano usato per condurre dei veri e propri esperimenti incontrollati. Lo scorso dicembre, abbiamo vinto la causa con un verdetto unanime a nostro favore. I giudici hanno espresso seri dubbi sulla capacità di capire le implicazioni di trattamenti sperimentali con conseguenze destinate a durare per tutta la vita da parte dei pazienti più giovani.

Nella sentenza i giudici hanno espresso più volte il loro stupore per quanto si è verificato nella clinica Tavistock, e soprattutto per la sua incapacità di raccogliere dati fondamentali sui propri pazienti. Hanno riscontrato un’assenza di giustificazioni per la prescrizione di farmaci per il blocco della pubertà a bambini di persino 10 anni di età; si tratta di una terapia che viene quasi sempre seguita da ormoni sintetici del sesso opposto, che vanno somministrati a vita per proseguire con la transizione. Erano preoccupati anche dall’assenza di dati di follow-up, vista “la natura sperimentale della cura e il suo profondo impatto sul paziente”.

Sempre più ragazze cercano aiuto per problemi di disforia di genere. Nel biennio 2009/2010, 77 bambini sono stati mandati al servizio di sviluppo dell’identità di genere; il 52% erano maschi. La percentuale ha iniziato a cambiare a favore delle ragazze nell’arco di qualche anno, quando il numero di persone inviate a quel servizio è decollato. In Inghilterra, nel biennio 2018/2019, sono stati segnalati al servizio 624 ragazzi e 1.740 ragazze, il 74 per cento dei pazienti. Più di metà degli adolescenti mandati alla clinica avevano meno di 14 anni; alcuni ne avevano addirittura 3. I giudici hanno notato che i professionisti di Tavistock non avevano trovato “nessuna spiegazione clinica” per l’aumento vertiginoso del numero di ragazze coinvolte, e hanno espresso la loro sorpresa per l’incapacità degli specialisti di raccogliere dati sull’età dei pazienti a cui avevano somministrato bloccanti della pubertà.

La sentenza non impedisce a un minorenne di iniziare un percorso medico di transizione, ma i giudici hanno raccomandato ai medici di richiedere l’approvazione da parte di un tribunale prima di iniziare questi trattamenti su soggetti dai 16 ai 17 anni d’età; hanno dichiarato di essere “molto scettici” sulla capacità di pazienti di 14 o 15 anni di capire le conseguenze delle terapie e di riuscire a dare un consenso informato, e hanno definito “molto improbabile” che sia possibile ottenerlo da un soggetto di età inferiore ai 13 anni.

L’NHS ha dichiarato che la clinica Tavistock aveva “sospeso immediatamente la ricezione di richieste di somministrazione di bloccanti della pubertà e di ormoni sintetici del sesso opposto per i pazienti di età inferiore ai 16 anni, che in futuro saranno concesse solo con l’autorizzazione di un tribunale”. La clinica Tavistock è ricorsa in appello, e si tornerà in tribunale a giugno.

I bloccanti della pubertà che ho assunto a 16 anni erano concepiti per bloccare la mia maturazione sessuale: l’obiettivo della terapia era permettermi di “prendermi una pausa” per decidere se volessi continuare o meno il mio percorso di transizione. Questa “parentesi di riflessione” mi ha mandata in una specie di menopausa, con tanto di vampate di calore, sudori notturni e annebbiamento mentale. Riflettere con chiarezza sul da farsi è diventato ancora più difficile.

Dopo un anno di trattamento, quando mi è stato proposto di passare al testosterone, ho accettato immediatamente: volevo sentirmi come un uomo giovane, non come una vecchia signora. Non vedevo l’ora di iniziare con le iniezioni e di cambiare. All’inizio, il testosterone mi ha riempita di fiducia in me stessa. Uno dei suoi primi effetti è stato l’abbassamento del mio timbro vocale, che mi ha fatta sentire molto più autorevole.

Nel giro di due anni la mia voce è diventata sempre più grave, mi è cresciuta la barba e il mio grasso corporeo si è distribuito in modo diverso. Continuavo a fasciarmi il seno ogni giorno, anche perché ormai sembravo un uomo, ma era doloroso e facevo fatica a respirare bene. A 20 anni, sono stata mandata alla clinica per i pazienti adulti. Il testosterone e le fasciature avevano cambiato il mio seno e lo odiavo ancora più di prima. Volevo rendere l’aspetto del mio corpo conforme a quello del mio nuovo viso, e quindi mi sono fatta prescrivere una mastectomia bilaterale.

Il mio rapporto coi miei genitori continuava a essere difficile. Avevo smesso di parlare con mia madre; mio padre mi aveva buttata fuori di casa poco dopo il mio diciassettesimo compleanno e sono andata a vivere in un ostello della gioventù. Eravamo rimasti in contatto, anche se era molto contrario al mio percorso di transizione. Mi ha accompagnata controvoglia in ospedale per il mio intervento chirurgico. Ero un’adulta a tutti gli effetti quando mi sono fatta operare, e mi assumo tutte le responsabilità della mia scelta, ma ero stata instradata in quel percorso, che era partito coi bloccanti della pubertà per passare al testosterone e arrivare alla chirurgia, quando ero solo un’adolescente difficile. Come conseguenza dell’intervento, le terminazioni nervose presenti sul mio petto sono state danneggiate: non è più sensibile come prima. Se riuscirò ad avere dei figli, non li potrò mai allattare al seno.

A un anno di distanza dall’intervento, è successo qualcosa di nuovo: sono maturata. Ho riflettuto sul mio percorso, e mi sono posta delle domande. Cosa mi rendeva un uomo?

Mi sono resa conto di quanto erano sbagliati i miei ragionamenti e di quanto erano stati influenzati da dichiarazioni sul genere che sono sempre più diffusi nella cultura generale e che sono state adottate in toto da Tavistock. Mi sono ricordata che a 14 anni ero convinta che gli ormoni e la chirurgia mi avrebbero trasformata in qualcuno che poteva somigliare a un uomo; ero diventata quella persona, ma mi sono resa conto che ero molto diversa dai maschi dal punto di vista fisico. Vivere come trans mi ha aiutata a capire che ero rimasta una donna.

Ho anche iniziato a capire che la mia esperienza di vita era basata sugli stereotipi, e che stavo cercando di definire la mia identità in modo molto limitante, vestendo i panni di “un uomo molto mascolino”. Più ci riflettevo, e meno aveva senso. Ero anche preoccupata dell’effetto che avrebbe avuto la mia transizione sulla capacità di trovare un partner sessuale.

In più, nessuno sapeva quali sarebbero state le conseguenze a lungo termine del mio trattamento. I bloccanti della pubertà e il testosterone mi hanno causato l’atrofia vaginale, un processo di assottigliamento e di indebolimento delle pareti vaginali che normalmente si verifica dopo la menopausa. Ho iniziato di nuovo ad avere dei problemi con il mio aspetto.

Ho deciso di smettere subito con la terapia, dall’oggi al domani. Ho cancellato immediatamente il mio appuntamento per la puntura di testosterone successiva.

Dopo aver preso questa decisione, ho trovato un subreddit dedicato a chi stava intraprendendo un percorso di detransizione. Era sempre più frequentato, come se tutte quelle ragazze si fossero rese conto insieme dello scandalo medico di cui erano state vittime. Potevamo parlare delle nostre esperienze e supportarci a vicenda. Mi sono sentita di nuovo libera.

Quello che è successo a me sta succedendo in tutto il mondo occidentale. Il mio caso non è stato affatto sorprendente per chi aveva seguito le vicende di Tavistock e le grida di allarme dei suoi ex dipendenti, spesso pubblicate in forma anonima. Alcuni professionisti hanno abbandonato il servizio per queste obiezioni. Il transegenderismo, purtroppo, è altamente politicizzato e intriso di questioni legate alle politiche identitarie. Fare domande o dubitare delle transizioni di genere di tutti questi adolescenti può essere pericoloso; chi ha osato commettere questo peccato è stato coperto di fango e screditato professionalmente.

Alla clinica Tavistock, i professionisti forniscono “cure basate sull’autoaffermazione di genere”: in pratica, quando un bambino o un adolescente manifestano il desiderio di iniziare un percorso di transizione, questa intenzione viene considerata definitiva e, di solito, non viene messa in discussione. Questo modello basato sull’autoaffermazione viene adottato in molti paesi. Nel 2018, l’Associazione dei pediatri americani ha rilasciato una dichiarazione che puntava proprio su questa metodologia per la cura dei pazienti più giovani che si identificano come transgender o non conformi.

Alcuni ex dipendenti di Tavistock però hanno menzionato gli altri problemi da cui erano afflitti gli adolescenti e i bambini che si recavano alla clinica in cerca di aiuto: erano vittime di abusi sessuali, abbandoni genitoriali, omofobia da parte della famiglia o dei compagni di scuola, soffrivano di depressione, di ansia o di disturbo di deficit dell’attenzione o erano autistici. Queste gravi patologie, che potevano includere la disforia tra i loro sintomi, sono state spesso ignorate e non curate; la transizione era considerata una panacea in grado di curare tutti i pazienti.

Come ha avuto modo di notare la Corte Suprema, l’efficacia di una larga parte delle terapie proposte dalla clinica non è sostenuta da prove certe. Quando il nostro caso è stato accettato, l’NHS affermava che gli effetti dei bloccanti della pubertà sono “completamente reversibili”, ma di recente ha sostenuto il contrario, riconoscendo che “non ci sono dati sugli effetti a lungo termine” di questi farmaci sul corpo e sulla mente di un adolescente. Neanche questo ha impedito loro di prescriverli a persone come me.

Il dottor Christopher Gillberg, professore di psichiatria infantile in Svezia, all’università di Göteborg e specializzato nello studio dell’autismo, è stato convocato per il nostro caso come esperto del settore. Nella sua testimonianza, Gillberg ha dichiarato che in più di 45 anni di esperienza con i bambini autistici aveva riscontrato raramente disforia di genere in questa categoria di pazienti. Nel 2013, però, il numero di persone affette da autismo e da disforia di genere è decollato, soprattutto tra le ragazze. Gillberg ha poi riferito ai giudici che quello che stava avvenendo da Tavistock era un “esperimento in diretta” sui bambini e sugli adolescenti.

I genitori che sono riluttanti o allarmati all’idea di far iniziare ai propri figli un percorso di transizione vengono ammoniti: “Preferite una figlia morta o un figlio vivo?” (O viceversa). Da adolescente, pensavo al suicidio. I pensieri suicidi sono sintomo di gravi problemi mentali, che richiedono una diagnosi attenta e delle cure adeguate. Quando ho parlato di questi pensieri alla clinica Tavistock, mi è stato detto che erano una ragione in più per farmi iniziare in fretta la mia terapia ormonale e farmi sentire meglio. Dopo la sentenza, però, Tavistock ha rilasciato uno studio su 44 pazienti che avevano iniziato ad assumere bloccanti della pubertà dai 12 ai 15 anni di età. Nello studio, si dichiara che il trattamento non ha migliorato la salute mentale dei pazienti, e che non ha avuto nessun effetto degno di nota “sulla loro salute psicologica, sul loro autolesionismo e sulla loro immagine di sé”. In più, su 44 pazienti, 43 hanno scelto di passare alla terapia con ormoni sintetici del sesso opposto. Questo dato ci invita a pensare che il blocco della pubertà non fornisce una pausa, ma una spinta ulteriore verso la transizione.

Prima di iniziare ad assumere testosterone mi è stato chiesto se volessi avere figli, o se volessi congelare degli ovuli nel caso in cui transizione mi avesse resa sterile. Da adolescente non pensavo di volere dei figli, e la procedura di prelievo dei miei ovociti non sarebbe stata coperta dall’NHS. Ho detto che non avere dei bambini non sarebbe stato un problema, e che non avevo bisogno di mettere da parte alcuni dei miei ovuli. Oggi, però, da adulta, mi rendo conto che non avevo idea delle conseguenze della sterilità. Avere figli è un diritto basilare, e non so ancora se mi è stato sottratto.

Per difendersi, Tavistock ha fatto testimoniare delle giovani persone trans che erano felici delle cure ricevute. Una di loro è S., un ragazzo trans di 13 anni che ha ricevuto i bloccanti della pubertà da una clinica privata perché la lista d’attesa al servizio di sviluppo dell’identità di genere era troppo lunga. S. ha detto ai giudici che “non aveva idea di cosa avrebbe potuto pensare in futuro sulla possibilità di avere dei figli”, e che visto che “non ha mai avuto una relazione sentimentale” l’idea di avere un bambino “è un’ipotesi che non sta considerando in questo momento”.

Molti adolescenti, quando pensano alle proprie future relazioni sessuali, si sentono perplessi e spesso persino schifati all’idea. Da adulti, spesso e volentieri, la penseranno in un modo completamente diverso. Lo so molto bene, perché è successo anche a me. Non avevo mai fatto sesso quando ho iniziato la mia transizione, quindi non avevo idea di che cosa avrebbe rappresentato il percorso per me dal punto di vista sessuale. 

La dichiarazione di S. dimostra quanto sia difficile per un minore dare il consenso a procedure che non riesce ancora a comprendere. Come hanno scritto i giudici, “è impossibile spiegare a bambini di questa età cosa comporterà, per il futuro di molti di loro, la perdita della fertilità o delle funzioni sessuali.”

Oggi a 24 anni, ho intrapreso la mia prima relazione stabile. La mia compagna mi supporta in tutto quello che faccio, e io faccio lo stesso per lei. Ha molte amiche che mi accettano per quello che sono, ed è stato molto salutare per me. In questo momento, non parlo con i miei genitori e non ho nessun rapporto con loro.

Ogni tanto, vengo ancora scambiata per un uomo. È comprensibile, e non mi fa arrabbiare. So che ci dovrò convivere per il resto della vita. Quello che mi fa arrabbiare è il cambiamento a cui il mio corpo è stato sottoposto così presto. Molti vogliono sapere se mi sottoporrò a un intervento di ricostruzione del seno, o ad altre operazioni per sembrare più femminile, ma non ho ancora superato la mia mastectomia. Per ora, voglio evitare altri interventi di questo tipo.

Quando ho deciso di partecipare alla causa, non mi ero resa conto di quanto sarebbe stata importante. Dopo la sentenza, la mia vita si è riempita di alti e bassi. Molti mi hanno ringraziata. Altri mi hanno insultata su Internet. Se ti sei pentito/a della transizione e parli delle tue esperienze a riguardo, vieni etichettato come bigotto/a. Spesso ti viene detto che stai cercando di sottrarre diritti alle persone trans, che i bambini sanno cosa è meglio per loro e per i loro corpi e che stai rovinando la vita a degli innocenti.

Il mio obiettivo è dare le migliori cure possibili ai giovani in difficoltà. Molte ragazze intraprendono la transizione perché soffrono, per malattie psichiatriche, traumi o altre ragioni. So cosa vuol dire convincersi che la transizione possa risolvere qualsiasi problema.

Anche se condividere la mia storia è stato catartico, soffro ancora oggi, e devo ancora ricevere una terapia adeguata. Voglio continuare a impegnarmi per questa causa. Voglio che il messaggio lanciato da casi come il mio possa aiutare a proteggere altri bambini da una strada sbagliata. Quest’anno, ho contribuito a istituire la prima giornata della consapevolezza sulla detransizione, fissata per il 12 marzo. Spero che, nei prossimi anni, questa giornata possa essere un faro di luce in grado di aiutare altre persone a emanciparsi.

Non credo nelle regole rigide dell’espressione di genere. Tutti dovrebbero essere a proprio agio e sentirsi accettati se scelgono di sperimentare con il modo che hanno di esprimersi. Come ho dichiarato dopo la sentenza, questo fermerebbe l’omofobia, la misoginia e le violenze su chi è diverso dagli altri.

Lancio un appello ai professionisti e alle cliniche affinché vengano istituiti servizi più adeguati alla cura dei problemi di salute mentale e modelli adeguati ad aiutare chi soffre di disforia di genere. Non voglio che altri giovani disperati, confusi e soli come lo ero io, vengano spinti a credere che la transizione sia l’unica risposta a tutte le loro domande.

Ero una ragazza infelice che aveva bisogno di aiuto, e mi hanno trattata come una cavia.

Fonte Keira Bell: My Story