Intervista a Warren Farrell
femminismo - 20/12/2019 - CDA

Intervista a Warren Farrell, uno dei massimi esperiti di questioni maschili.

Premessa:

Warren Thomas Farrell, educatore statunitense, è una delle figure fondamentali del movimento per i diritti degli uomini.
Negli anni settanta promosse il femminismo fino a essere nel consiglio direttivo di NOW (National Organization of Women), ma lasciò il movimento quando si rese conto che esso aveva posizioni anti-maschili e anti-padre.

Egli stesso dichiarò: «Tutto andò bene fino a quando NOW si schierò contro l'affido condiviso. Non potevo credere che persone che credevo fossero pionieri dell'eguaglianza dicessero che i bambini non dovessero avere eguali diritto ad avere il loro papà.»
Inizia così a compiere studi e scrivere libri per combattere molti degli stereotipi creati dal femminismo, partendo dal passato e mettendo in dubbio la ricostruzione storica delle femministe, secondo cui la donna era succube nella società cosiddetta patriarcale.
Farrell, nel suo libro “Il mito del potere maschile” sostiene che non esisteva un potere maschile, bensì ruoli diversi tra uomo e donna.
Le donne avevano in compito di crescere i figli e curarsi dell’ambiente domestico, mentre quello degli uomini era provvedere al sostentamento e alla difesa della famiglia.
Naturalmente scendere in miniera, lavorare 12 ore al giorno curvo sui campi o in una fabbrica, morire in guerra, non può essere considerato un privilegio, ma un sacrificio dell’uomo nei confronti della sua famiglia.
Farrell dimostra che “il sesso sacrificabile” è quello maschile.
I dati sono sconcertanti e una ricerca sul web dimostra come gli uomini nella società di oggi siano svantaggiati, ad esempio nelle separazioni e nell'affido dei figli, subiscono mediamente pene più alte del 50% rispetto alle donne, hanno una vita media inferiore e il 93% della mortalità nei luoghi di lavoro, subiscono le quote rosa, etc.
Sulla questione maschile è anche stato fatto un film, intitolato The Red Pill, girato dalla regista ex-femminista Cassie Jaye.
In Italia esiste un sito, Stalkersaraitu, che si propone di smontare la propaganda femminista e discutere i dati forniti, compresi quello del femminicidio e della violenza di genere, che nei paesi occidentali, a differenza di quanto viene propagandato, è un fatto paritario, anche per la gravità delle offese inflitte.

Intervista

Lei è noto soprattutto per il suo libro «Il mito del potere maschile», appena ripubblicato come e-book. Molte persone pensano che gli uomini abbiano il potere, guardando ai politici ed ai dirigenti d’azienda. Come risponde:

Una piccola percentuale di uomini hanno potere istituzionale, ma nella maggioranza della popolazione potere significa essere liberi di auto-determinarsi. Il femminismo ha reso socialmente accettabile per una donna lavorare a tempo pieno, o a tempo parziale, o stare a casa con i figli. È giusto così. Però un papà non è libero di scegliere di dedicarsi ai figli, o di lavorare a tempo parziale. Il mammo oggi viene deriso.

Nel suo libro «perché gli uomini guadagnano di più», le descrive come la statistica secondo cui le donne guadagnano il 23% in meno degli uomini inganna. Può spiegarci il perché?

Le donne non sposate e senza figli guadagnano il 17% in più degli uomini nelle stesse condizioni, anche a parità di educazione e di età lavorativa. Gli uomini non guadagnano più delle donne. Sono i papà a guadagnare più delle mamme. Perché? Quando nascono i figli, una madre solitamente si divide fra il lavoro ed il loro accudimento, guadagnando di meno. Un papà solitamente lavora di più – o fa due lavori – spesso scegliendo lavori che gli piacciano di meno ma che pagano di più.

Nel libro lei scrive «La strada che porta ad uno stipendio elevato ha costi elevati». Sta suggerendo che potere e stipendio sono anti-correlati?

Sì. Molti papà guadagnano di più non per avere più potere, ma per rendere la vita dei figli migliore della propria. Per dare alla moglie una vita migliore. E per ottenere uno stipendio migliore, deve accettare lavori di cui farebbe a meno. Per esempio molti vorrebbero essere insegnanti o creativi, ma per sostenere meglio la famiglia accettano lunghi lavorati stressanti, che li obbligano a faticosi spostamenti.

Il sotto-titolo del suo libro è «Perché gli uomini sono il sesso sacrificabile». Cosa intende?

Virtualmente tutte le società sono sopravvissute istruendo i bambini maschi a considerarsi sacrificabili per il bene della società – sacrificabili in guerra, sacrificabili sul lavoro.

È una affermazione forte. Quale è l’evidenza?

L’evidenza è ovunque. Il 92% dei morti sul lavoro sono uomini, in lavori che poche donne fanno: camionisti, minatori, muratori… Non c’è la volontà politica di proteggere meglio questi lavoratori. Nel frattempo, quando le donne hanno problemi minori, ad esempio sono in minoranza fra gli ingegneri, gli stati investono in massa per compensare. Il servizio militare per i soli maschi viola le costituzioni, ma è talmente accettato nel subconscio che nessuno ne parla. Solo gli uomini possono partecipare ai combattimenti, così ancora oggi sono il 98% dei morti in operazioni militari.

Il fatto che gli uomini muoiono 5 anni prima delle donne (7 in Italia) è un altro esempio di come gli uomini sono sacrificabili?

A riflettere la psicologia dell’indifferenza verso il sacrificio degli uomini è la combinazione del fatto che gli uomini muoiono anni prima, per tutte le 10 principali cause di morte, più il fatto che gli stati hanno uffici dedicati alla salute femminile, ma nessuno dedicato alla salute maschile. (…)

Lei dice che gli uomini sono sacrificabili come papà. Cosa intende?

Nelle separazioni i tribunali assumono preventivamente che una madre abbia ragione se non vuole che il padre sia equamente coinvolto nella vita dei figli. I papà devono combattere nei tribunali, e questo costa. A meno che uno possa permetterselo, viene sacrificato.

Fonte: 
Men, Power, Money, and Sex